StingRay61

Fotografie e Libri
Molte febbri però non si vedono.
Eppure non sono meno mortali. Io lo so bene. Li vedo, gli effetti delle altre febbri;
l’amore, la fame. La fame di futuro, soprattutto, che troppo spesso il futuro finisce per
seppellirlo.
Una tra le febbri piú strane è il gioco. Il gioco del lotto, per la precisione.
Non che si giochi solo a quello. Le bische clandestine prosperano, i salotti dei ricchi
fervono di carte e di fumo, agli angoli delle strade, su banchetti improvvisati, piccoli
malviventi spostano assi con destrezza, pronti a scappare al primo fischio che avverte
dell’arrivo di una guardia. Ma l’abitudine che lega la speranza di futuro al sogno è quella
che si unisce a un biglietto colorato sul quale sono scarabocchiati tre numeri; un messaggio
in bottiglia che il naufrago affida alle onde prima di affogare.
E giocano, giocano.
Giocano le serve, che sperano di non essere piú serve, di non dover piú salire e scendere
mille volte le scale, di non vedere piú la pelle delle mani spaccarsi per il freddo, il caldo e
l’acqua, con tutti i panni che sono costrette a maneggiare. Giocano le mogli per togliere i
mariti dall’abbrutimento del lavoro, scambiandosi i numeri agli angoli delle strade, vicino
alle botteghe acide del fetore di tinture, piombo fuso, frutta marcia. Giocano le sarte, gli
occhi accecati dai mille punti infilati alla luce di candele consumate, succhiandosi le gocce
di sangue dai polpastrelli. Giocano le capere, le sorridenti parrucchiere che girano con la
borsa dei pettini e delle spazzole di casa in casa, sognando un tetto e un marito, e magari di
farsi lavare loro i capelli, una volta.
Giocano gli operai, commentando gli eventi da cui trarre i numeri nelle officine, la pelle
ustionata dal riverbero del metallo fuso, gli occhi rossi come braci, allucinati dal calore che
li consuma. Giocano le maestre di scuola, per costruirsi una dote altrimenti impossibile, e
giocano i piccoli allievi, mettendo in comune le monete avanzate dalla merenda. Giocano gli
impiegati, rivolgendo un velenoso pensiero al capufficio, e i pensionati, senza soldi dopo
una vita di lavoro.
Giocano i commessi dei negozi del centro, che vorrebbero accantonare per sempre il
sorriso al quale sono costretti per compiacere clienti arroganti e maleducati; e giocano i
commercianti, pensando alle montagne di cambiali che hanno firmato per mettere in piedi
l’attività.
Giocano anche, e talvolta inutilmente vincono, i signori dell’aristocrazia, per scherzo o
per dimostrare di saper ben interpretare i sogni; in certi casi vengono divorati dalla febbre
perfino loro, e distruggono immensi patrimoni.
E giocano gli stessi postieri, impiegati e proprietari dei banchi lotto. Perché non
resistono alla tentazione di governare la materia di cui vivono, vittime del contagio che
hanno essi stessi interesse a propagare.
Tutti giocano, e alla lunga nessuno vince. Tutti sperano, e tutti muoiono disperati. Il
banco invece vince. Vince lo stato e vincono gli strozzini, che prosperano a decine e
centinaia, succhiando il sangue di questa massa di cuori, sospesa tra un presente soffocato e
un futuro inesistente.
Una delle cose che mi fanno piú paura, il gioco. Un demone che striscia e ammalia, una
sirena che canta nella nebbia. Per il gioco ho visto scorrere sangue da gole tagliate, colare
cervelli da teste spaccate, e volti bellissimi irrimediabilmente sfregiati. Ho visto carte,
numeri e bussolotti diventare pian piano il primo pensiero, piú mortale ancora di un tumore
deturpante, di quelli che si cerca di nascondere nel buio della vergogna.
Il lotto, in questa strana città, è un rumore che comincia sottile il lunedí in mille discorsi,
un brusio leggero fatto di numeri e di interpretazione di eventi e di sogni, e aumenta fino a
esplodere nel tuono assordante del sabato pomeriggio, quando dal vicolo vicino a Santa
Chiara partono di corsa cento, mille scugnizzi per regalare il sogno o la condanna a quelli
che sono rimasti costretti al posto di lavoro, e non hanno potuto assistere all’estrazione.
La domenica segue col suo carico di delusione e disillusione, con la prospettiva di un
futuro senza piú sogni e senza riscatto. Solo un giorno, però. Perché poi è di nuovo lunedí.
Chissà quante rivoluzioni si sono spente ancora prima di nascere nei biglietti colorati e
nell’immaginazione del fantasma della ricchezza. Quanta rabbia collettiva è stata soffocata e
frammentata in milioni di minuscoli sogni mai realizzati. Forse il vero guadagno che il potere ne ricava è questo, molto piú delle pur rigogliose entrate.

Tratto da
Febbre
di Maurizio de Giovanni
in: Giochi Criminali
Einaudi 2014

Molte febbri però non si vedono.
Eppure non sono meno mortali. Io lo so bene. Li vedo, gli effetti delle altre febbri;
l’amore, la fame. La fame di futuro, soprattutto, che troppo spesso il futuro finisce per
seppellirlo.
Una tra le febbri piú strane è il gioco. Il gioco del lotto, per la precisione.
Non che si giochi solo a quello. Le bische clandestine prosperano, i salotti dei ricchi
fervono di carte e di fumo, agli angoli delle strade, su banchetti improvvisati, piccoli
malviventi spostano assi con destrezza, pronti a scappare al primo fischio che avverte
dell’arrivo di una guardia. Ma l’abitudine che lega la speranza di futuro al sogno è quella
che si unisce a un biglietto colorato sul quale sono scarabocchiati tre numeri; un messaggio
in bottiglia che il naufrago affida alle onde prima di affogare.
E giocano, giocano.
Giocano le serve, che sperano di non essere piú serve, di non dover piú salire e scendere
mille volte le scale, di non vedere piú la pelle delle mani spaccarsi per il freddo, il caldo e
l’acqua, con tutti i panni che sono costrette a maneggiare. Giocano le mogli per togliere i
mariti dall’abbrutimento del lavoro, scambiandosi i numeri agli angoli delle strade, vicino
alle botteghe acide del fetore di tinture, piombo fuso, frutta marcia. Giocano le sarte, gli
occhi accecati dai mille punti infilati alla luce di candele consumate, succhiandosi le gocce
di sangue dai polpastrelli. Giocano le capere, le sorridenti parrucchiere che girano con la
borsa dei pettini e delle spazzole di casa in casa, sognando un tetto e un marito, e magari di
farsi lavare loro i capelli, una volta.
Giocano gli operai, commentando gli eventi da cui trarre i numeri nelle officine, la pelle
ustionata dal riverbero del metallo fuso, gli occhi rossi come braci, allucinati dal calore che
li consuma. Giocano le maestre di scuola, per costruirsi una dote altrimenti impossibile, e
giocano i piccoli allievi, mettendo in comune le monete avanzate dalla merenda. Giocano gli
impiegati, rivolgendo un velenoso pensiero al capufficio, e i pensionati, senza soldi dopo
una vita di lavoro.
Giocano i commessi dei negozi del centro, che vorrebbero accantonare per sempre il
sorriso al quale sono costretti per compiacere clienti arroganti e maleducati; e giocano i
commercianti, pensando alle montagne di cambiali che hanno firmato per mettere in piedi
l’attività.
Giocano anche, e talvolta inutilmente vincono, i signori dell’aristocrazia, per scherzo o
per dimostrare di saper ben interpretare i sogni; in certi casi vengono divorati dalla febbre
perfino loro, e distruggono immensi patrimoni.
E giocano gli stessi postieri, impiegati e proprietari dei banchi lotto. Perché non
resistono alla tentazione di governare la materia di cui vivono, vittime del contagio che
hanno essi stessi interesse a propagare.
Tutti giocano, e alla lunga nessuno vince. Tutti sperano, e tutti muoiono disperati. Il
banco invece vince. Vince lo stato e vincono gli strozzini, che prosperano a decine e
centinaia, succhiando il sangue di questa massa di cuori, sospesa tra un presente soffocato e
un futuro inesistente.
Una delle cose che mi fanno piú paura, il gioco. Un demone che striscia e ammalia, una
sirena che canta nella nebbia. Per il gioco ho visto scorrere sangue da gole tagliate, colare
cervelli da teste spaccate, e volti bellissimi irrimediabilmente sfregiati. Ho visto carte,
numeri e bussolotti diventare pian piano il primo pensiero, piú mortale ancora di un tumore
deturpante, di quelli che si cerca di nascondere nel buio della vergogna.
Il lotto, in questa strana città, è un rumore che comincia sottile il lunedí in mille discorsi,
un brusio leggero fatto di numeri e di interpretazione di eventi e di sogni, e aumenta fino a
esplodere nel tuono assordante del sabato pomeriggio, quando dal vicolo vicino a Santa
Chiara partono di corsa cento, mille scugnizzi per regalare il sogno o la condanna a quelli
che sono rimasti costretti al posto di lavoro, e non hanno potuto assistere all’estrazione.
La domenica segue col suo carico di delusione e disillusione, con la prospettiva di un
futuro senza piú sogni e senza riscatto. Solo un giorno, però. Perché poi è di nuovo lunedí.
Chissà quante rivoluzioni si sono spente ancora prima di nascere nei biglietti colorati e
nell’immaginazione del fantasma della ricchezza. Quanta rabbia collettiva è stata soffocata e
frammentata in milioni di minuscoli sogni mai realizzati. Forse il vero guadagno che il potere ne ricava è questo, molto piú delle pur rigogliose entrate.

Tratto da
Febbre
di Maurizio de Giovanni
in: Giochi Criminali
Einaudi 2014

Camilleri a prima vista
il giro del mondo con le copertine dello scrittore siciliano

Fino al 19 ottobre
Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34
Bologna


Artelibro 2014 festeggia Andrea Camilleri, tra gli scrittori italiani più amati nel mondo. «Camilleri a prima vista» si concentra su un aspetto forse poco indagato ma sicuramente sorprendente della produzione letteraria: l’immagine e la grafica delle copertine dei suoi libri.

Dal 17 settembre al 19 ottobre il Museo della Musica di Bologna ospita una mostra curata da Stefano Salis, con i contributi critici di Salvatore Silvano Nigro e di Antonio Sellerio dedicata a circa duecento copertine dei libri che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Verranno esposte le oltre 40 copertine pubblicate dall’editore Sellerio a partire dal 1984, dove ad ogni cover è associata graficamente l’immagine di un’opera d’arte - felice esempio di come l’editoria può elevare un’immagine d’arte a espressione simbolica di un contenuto letterario - più una significativa ed estesa selezione di quelle estere.

Andrea Camilleri è di gran lunga l’autore italiano dal più vasto successo, costituisce una di quelle rare occasioni in cui la critica va d’accordo con il giudizio dei lettori. Le avventure del commissario Montalbano, le molte rappresentazioni della Storia (quella con la maiuscola), spesso vista dal punto di osservazione di chi è protagonista di storie (con la minuscola) sono state le principali direttive lungo le quali si è mossa la fertile e inconfondibile scrittura del maestro di Porto Empedocle.

In un colpo d’occhio prolungato il visitatore potrà osservare l’intera produzione di Camilleri per Sellerio e avrà l’occasione di verificare come le immagini selezionate per le copertine - vero biglietto da visita per autore ed editore nel complesso terreno dello scaffale del libraio - siano talvolta coerenti con il contenuto del libro, talvolta evocative. Si tratta di una galleria personale di dipinti e immagini che sono funzionali a disegnare un ritratto-mosaico dello scrittore e della forza comunicativa dei suoi libri.



Camilleri a prima vista

a cura di Stefano Salis
17 settembre - 19 ottobre 2014
Mostra promossa da Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte
inaugurazione mercoledì 17 settembre, ore 18.00
Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34
Bologna
orari:
martedì-venerdì ore 9.30-16.00
sabato, domenica e festivi ore 10.00-18.30
lunedì chiuso

ingresso gratuito

Camilleri a prima vista
il giro del mondo con le copertine dello scrittore siciliano

Fino al 19 ottobre
Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34
Bologna


Artelibro 2014 festeggia Andrea Camilleri, tra gli scrittori italiani più amati nel mondo. «Camilleri a prima vista» si concentra su un aspetto forse poco indagato ma sicuramente sorprendente della produzione letteraria: l’immagine e la grafica delle copertine dei suoi libri.

Dal 17 settembre al 19 ottobre il Museo della Musica di Bologna ospita una mostra curata da Stefano Salis, con i contributi critici di Salvatore Silvano Nigro e di Antonio Sellerio dedicata a circa duecento copertine dei libri che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Verranno esposte le oltre 40 copertine pubblicate dall’editore Sellerio a partire dal 1984, dove ad ogni cover è associata graficamente l’immagine di un’opera d’arte - felice esempio di come l’editoria può elevare un’immagine d’arte a espressione simbolica di un contenuto letterario - più una significativa ed estesa selezione di quelle estere.

Andrea Camilleri è di gran lunga l’autore italiano dal più vasto successo, costituisce una di quelle rare occasioni in cui la critica va d’accordo con il giudizio dei lettori. Le avventure del commissario Montalbano, le molte rappresentazioni della Storia (quella con la maiuscola), spesso vista dal punto di osservazione di chi è protagonista di storie (con la minuscola) sono state le principali direttive lungo le quali si è mossa la fertile e inconfondibile scrittura del maestro di Porto Empedocle.

In un colpo d’occhio prolungato il visitatore potrà osservare l’intera produzione di Camilleri per Sellerio e avrà l’occasione di verificare come le immagini selezionate per le copertine - vero biglietto da visita per autore ed editore nel complesso terreno dello scaffale del libraio - siano talvolta coerenti con il contenuto del libro, talvolta evocative. Si tratta di una galleria personale di dipinti e immagini che sono funzionali a disegnare un ritratto-mosaico dello scrittore e della forza comunicativa dei suoi libri.

Camilleri a prima vista

a cura di Stefano Salis
17 settembre - 19 ottobre 2014
Mostra promossa da Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte
inaugurazione mercoledì 17 settembre, ore 18.00
Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34
Bologna
orari:
martedì-venerdì ore 9.30-16.00
sabato, domenica e festivi ore 10.00-18.30
lunedì chiuso

ingresso gratuito

Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme a Little Wing, una cittadina rurale del Wisconsin. Amici fin dall’infanzia, hanno poi preso strade diverse. Henry è rimasto nella fattoria di famiglia e ha sposato il suo primo amore, mentre gli altri se ne sono andati in cerca di qualcosa di più. Ronnie è diventato una star del rodeo, Kip ha fatto fortuna in città, e il musicista Lee ha trovato la fama ma ha avuto il cuore spezzato. Ora tutti e quattro sono tornati in paese per un matrimonio. Ma vecchie rivalità si insinuano nel clima di festa e nella felicità del ritrovarsi, e il segreto di una moglie minaccia di distruggere sia un matrimonio che un’amicizia.
“Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato.
Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami?
Cosa succede, se poi non capisce?”


“Un romanzo commovente che ti fa venire voglia di chiamare i vecchi amici. Uno scrittore che ti fa sentire più umano di quanto credevi possibile” Matthew Quick

Nickolas Butler è nato a Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, Wisconsin. Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste. Attualmente vive nel Wisconsin con la moglie e i due figli. Questo è il suo primo romanzo, già opzionato per il cinema da Fox Searchlight


Struggente e profondo, Shotgun Lovesongs è un vibrante inno alle cose che contano davvero nella vita,
l’amore e la lealtà, il potere della musica e la bellezza della natura

Uno dei protagonisti di Shotgun Lovesongs è ispirato a Justin Vernon,
fondatore del gruppo folk Bon Iver e amico d’infanzia dell’autore

"Un esordio straordinariamente originale" New York Times

Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme a Little Wing, una cittadina rurale del Wisconsin. Amici fin dall’infanzia, hanno poi preso strade diverse. Henry è rimasto nella fattoria di famiglia e ha sposato il suo primo amore, mentre gli altri se ne sono andati in cerca di qualcosa di più. Ronnie è diventato una star del rodeo, Kip ha fatto fortuna in città, e il musicista Lee ha trovato la fama ma ha avuto il cuore spezzato. Ora tutti e quattro sono tornati in paese per un matrimonio. Ma vecchie rivalità si insinuano nel clima di festa e nella felicità del ritrovarsi, e il segreto di una moglie minaccia di distruggere sia un matrimonio che un’amicizia.
“Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato.
Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami?
Cosa succede, se poi non capisce?”


“Un romanzo commovente che ti fa venire voglia di chiamare i vecchi amici. Uno scrittore che ti fa sentire più umano di quanto credevi possibile” Matthew Quick

Nickolas Butler è nato a Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, Wisconsin. Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste. Attualmente vive nel Wisconsin con la moglie e i due figli. Questo è il suo primo romanzo, già opzionato per il cinema da Fox Searchlight


Struggente e profondo, Shotgun Lovesongs è un vibrante inno alle cose che contano davvero nella vita,
l’amore e la lealtà, il potere della musica e la bellezza della natura

Uno dei protagonisti di Shotgun Lovesongs è ispirato a Justin Vernon,
fondatore del gruppo folk Bon Iver e amico d’infanzia dell’autore

"Un esordio straordinariamente originale" New York Times

La conferenza della nutrizionista Hiroko Nakazawa, docente presso la Nagano Tanki University e Delegata Culturale del Giappone in Europa per l’anno 2014, offrirà una panoramica sulla cultura del cibo giapponese, focalizzandosi sulle sue qualità peculiari, ovvero il rispetto per la natura, il legame tra territorio e famiglia, i benefici per la salute e la longevità. Saranno illustrati esempi concreti di come l’alimentazione contribuisca attivamente al benessere del popolo giapponese e di come una corretta cultura alimentare diventi parte integrante della vita di tutti i giorni.

Crediamo di conoscere le abitudini alimentari giapponesi, ma sushi e tempura non vanno assolutamente considerati pasti tipici quotidiani. Il concetto di “ichijuu sansai”, letteralmente “una tazza di brodo e tre pietanze”, è alla base dell’alimentazione giapponese, così come i prodotti derivati dalla fermentazione della soia, il riso bianco e il tè verde.

Cos’è l‘“umami”? Il concetto di “mangiare bene” come viene affrontato in Giappone? Quale importanza riveste il cibo nelle feste tradizionali, nei momenti condivisi in famiglia, a scuola? Quali sono gli ingredienti “segreti” che conferiscono alle pietanze giapponesi la loro gustosa appetibilità?

Dato il recente interesse mondiale sorto intorno all’alimentazione, verrà considerata anche l’importanza dell’educazione alimentare e della preservazione della cucina tradizionale, nonché il futuro dell’alimentazione, elemento di comune interesse tra Italia e Giappone.

CUCINA GIAPPONESE E BENESSERE

CONFERENZA
MERCOLEDÌ 24 SETTEMBRE 2014 ORE 18.30

ISTITUTO GIAPPONESE DI CULTURA
VIA ANTONIO GRAMSCI, 74
INGRESSO LIBERO

La conferenza della nutrizionista Hiroko Nakazawa, docente presso la Nagano Tanki University e Delegata Culturale del Giappone in Europa per l’anno 2014, offrirà una panoramica sulla cultura del cibo giapponese, focalizzandosi sulle sue qualità peculiari, ovvero il rispetto per la natura, il legame tra territorio e famiglia, i benefici per la salute e la longevità. Saranno illustrati esempi concreti di come l’alimentazione contribuisca attivamente al benessere del popolo giapponese e di come una corretta cultura alimentare diventi parte integrante della vita di tutti i giorni.

Crediamo di conoscere le abitudini alimentari giapponesi, ma sushi e tempura non vanno assolutamente considerati pasti tipici quotidiani. Il concetto di “ichijuu sansai”, letteralmente “una tazza di brodo e tre pietanze”, è alla base dell’alimentazione giapponese, così come i prodotti derivati dalla fermentazione della soia, il riso bianco e il tè verde.

Cos’è l‘“umami”? Il concetto di “mangiare bene” come viene affrontato in Giappone? Quale importanza riveste il cibo nelle feste tradizionali, nei momenti condivisi in famiglia, a scuola? Quali sono gli ingredienti “segreti” che conferiscono alle pietanze giapponesi la loro gustosa appetibilità?

Dato il recente interesse mondiale sorto intorno all’alimentazione, verrà considerata anche l’importanza dell’educazione alimentare e della preservazione della cucina tradizionale, nonché il futuro dell’alimentazione, elemento di comune interesse tra Italia e Giappone.

CUCINA GIAPPONESE E BENESSERE

CONFERENZA
MERCOLEDÌ 24 SETTEMBRE 2014 ORE 18.30

ISTITUTO GIAPPONESE DI CULTURA
VIA ANTONIO GRAMSCI, 74
INGRESSO LIBERO

Niente da dichiarare?». «Niente». Molto bene. Poi le domande di carattere politico. Mi fa: «Lei è anarchico?». Rispondo: «Anzitutto di quale anarchismo stiamo parlando? Pratico, metafisico, storico, mistico, astrazionista, individualista, sociale? Da giovane», gli dico, «ognuna di queste definizioni aveva per me la sua importanza». Così iniziammo una discussione molto interessante, in seguito alla quale trascorsi due settimane intere a Ellis Island*.

Vladimir Nabokov, Pnin

—Colin Ward: Anarchia come organizzazione. ELEUTHERA 1996